Ciao! Mi chiamo Diego

Pubblicato: Mercoledì, 17 Settembre 2014
Diego è uno “splendido quarantenne”, per dirla alla Nanni Moretti; ha un lavoro, una famiglia, alcuni amici con cui si ritrova la domenica per andare a vedere la partita…insomma ha una vita “normale”.
Diego è un ragazzo down. Fin da quando era piccolo, sua madre ha lottato con tenacia, percorrendo strade spesso tortuose, urlando a gran voce contro i muri silenziosi delle istituzioni affinché venisse riconosciuta, e non “concessa”, la parità di diritti, l’unica cosa che conferisce piena dignità all’essere umano. Diego è un ragazzo fortunato. Ha frequentato la scuola, ha fatto equitazione, ha partecipato a corsi di disegno. Ma Diego è solo uno fra molti, parte di quell’universo che troppe volte resta ai margini, chiuso nell’intimità della propria casa.
L’attenzione verso le situazioni di disagio, sia fisico che psichico, è sicuramente aumentata nel corso di questi ultimi anni.
Il dibattito sul tema dell’inserimento e dell’integrazione dei portatori di handicap nei diversi contesti sociali ha preso avvio da tempo; ma è necessario continuare a mantenere alto il livello di interesse perché le parole non si dissolvano dietro una parvenza di falso perbenismo, ma si concretizzino in interventi reali e in azioni mirate. La letteratura ci insegna quanto il contesto di vita, l’ambiente in cui cresciamo e viviamo influenzi notevolmente il nostro modo di essere, la nostra personalità.
E’ vero, nasciamo con un patrimonio genetico strutturato e definito, ma è altrettanto vero che da subito ci ritroviamo inseriti in una realtà con cui siamo destinati ad entrare in contatto.
La nascita segna, quindi, l’inizio di un percorso di interazione fra individuo e ambiente che scandisce continuamente le fasi della nostra crescita. Un percorso mutevole e specifico per ogni essere umano. Se la qualità della vita di Diego oggi è abbastanza soddisfacente, ciò è dovuto anche al tipo di contesto in cui è cresciuto.
La natura lo ha dotato di un cromosoma di troppo, una presenza di certo ingombrante, tuttavia questo non ha impedito che le sue condizioni di vita migliorassero, che le sue potenzialità si esprimessero, che sviluppasse competenze e abilità. E’ pur vero che esistono realtà diverse e complesse.
La disabilità fisica o il disagio psichico può assumere sfumature e volti molteplici caratterizzati, inoltre, da livelli di profondità diversi. Parlare di “handicap” come se fosse un unico, enorme calderone in cui far rientrare le patologie più svariate non ha senso. E’ un’ “etichetta” generica che rischia di far perdere di vista l’individuo, con la sua storia ed il suo bagaglio di esperienze personali. L’attenzione deve focalizzarsi sul singolo, sui suoi bisogni specifici, sulle modalità più adeguate per riconoscere e rispondere alle inclinazioni e alle esigenze personali.
Se consideriamo i bambini che vivono situazioni di disagio psico-fisico, scopriamo che l’unico aspetto che probabilmente li accomuna è un iter fatto di terapie, medici, assistenza.
Ma diverse sono le storie di vita di questi bambini, diversi i modi con cui convivono con le loro difficoltà, diversi i contesti familiari in cui crescono.
Garantire loro la possibilità di accedere ad ambienti stimolanti dal punto di vista cognitivo, affettivo, sociale, è il primo passo per favorire un percorso di sviluppo individuale in una prospettiva di miglioramento della qualità della vita. Penso alla scuola ed in particolare all’enorme sensibilità di alcuni genitori ed insegnanti che si impegnano quotidianamente in un lavoro congiunto per promuovere un processo di integrazione. E’ un percorso che richiede capacità di ascolto, attenzione, comprensione. Perché il concetto di integrazione significa condivisione di esperienze, conoscenza di sé e dell’ altro, reciproco sostegno. Ma se pensiamo al tempo extrascolastico, quante possibilità ci sono per questi bambini di accedere a contesti ludico-ricreativi che promuovano realmente l’integrazione? Mi è capitato più volte di ascoltare storie di bambini allontanati da strutture di gioco o sportive perché “non in grado di svolgere le attività come gli altri”. Parole che pesano come un macigno su un bambino che altro non percepisce se non un senso di esclusione incomprensibile e tanto più amare per i suoi genitori che si vedono “restituire” un figlio “non in grado”. Mi chiedo, allora, chi è a “non essere in grado”, i bambini o noi adulti che non siamo capaci di superare certe barriere mentali? L’esperienza di lavoro quotidiano con bambini e preadolescenti nelle Ludoteche ci ha permesso di conoscere numerosi bambini in situazione di disagio e di capire che è necessaria una professionalità ed una competenza specifica, che non ci si può affidare all’improvvisazione personale o esclusivamente alla “buona volontà”. Professionalità e competenza che dovrebbero essere presenti in tutti i servizi che si rivolgono ai minori. Ed è proprio questa esperienza che ci ha insegnato, e continua ad insegnarci tuttora, quanto il contatto ed il confronto continuo con i genitori, le riflessioni comuni con gli educatori e gli operatori che lavorano nelle ludoteche, la messa in comune di obiettivi e strategie di intervento si rivelino strumenti di lavoro funzionali ad agevolare e rendere efficace l’inserimento nel percorso di gioco. Credo profondamente che l’impegno che tutti noi dobbiamo assumerci non è quello di dar vita ad attività parallele o alternative che rischiano di rinforzare vissuti di ghettizzazione, ma ricercare la strada e la modalità più giusta per integrare i bambini in difficoltà nelle iniziative svolte. La semplice presenza di un bambino con handicap in un gruppo non è un elemento sufficiente a garantirne l’integrazione. E’ necessario che il bambino si senta accolto e riconosciuto dagli altri compagni, che trovi una sua identità ed un suo ruolo nel gruppo, così come tutti i bambini del mondo desiderano. Ma anche i suoi compagni hanno bisogno di capire chi lui sia, il perché di alcune “diversità” che inevitabilmente vengono notate e che a volte appaiono “strane” e incomprensibili. E’ un percorso lungo, non sempre lineare o facilmente percorribile. Ma chi lavora in strutture ludiche sa quanto il gioco, nelle sue diverse forme, sia uno strumento potentissimo in tal senso, un codice di comunicazione universale che promuove la conoscenza, la comprensione e la condivisione e che si rivela sicuramente molto più efficace di qualsiasi parola. “Aladino cominciò a raccontare a sua madre quanto gli era accaduto mentre era col Mago, il venerdì quando era andato a prenderlo per condurlo a vedere i palazzi e i giardini che erano fuori città ; […]come, per un profumo gettato nel fuoco ed alcune parole magiche, la terra si era aperta e aveva rivelato l’ingresso d’una caverna che conduceva ad un tesoro inestimabile.” (Aladino, a cura di Omar Austin, Ed. Stampa Alternativa Nuovi Equilibri, 1992).
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