La Mediazione familiare - 2 Parte

Pubblicato: Mercoledì, 17 Settembre 2014
Il mantenimento dei figli dopo la Riforma
1.1 - La regola del mantenimento diretto
Il diritto-dovere in capo ai genitori di mantenere i figli ha una valenza, rispetto ad altri obblighi, prettamente economica, consistente nel conferimento alla prole non solo dei mezzi di sostentamento, ma anche di quanto necessario per conservare un tenore di vita adeguato e per poter realizzare le sue aspirazioni, entrare nel mondo del lavoro, acquisire una formazione culturale. In piena armonia con il principio del perdurare di tale obbligo nella fase di disgregazione del nucleo familiare, la Legge n.54/2006 ha affermato che, salvi diversi accorsi liberamente sottoscritti, i genitori devono provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al reddito di ciascuno. L'iniziale previsione di una contribuzione da prestare in modo diretto "per capitoli di spesa" e' stata eliminata nell'iter di approvazione della legge, in quanto per alcuni la frammentazione dei contributi in voci di spettanza avrebbe potuto alimentare il contenzioso. In dottrina tuttavia si ritiene che possa essere rimessa al giudice la valutazione circa l'opportunita' di suddividere tra i genitori l'onere del mantenimento per comparti di spesa (F.Distefano) oppure che le parti stesse, previo accordo, decidano di adottare tale modalita' (G.Oberto). La riforma ha inteso delineare, come forma preferenziale di assolvimento del diritto-dovere in parola, quella diretta e "pura", basata sul presupposto della congrua ripartizione dei tempi di permanenza del minore con ciascun genitore, il quale ha la possibilita' effettiva di dare piena soddisfazione elle esigenze concrete del figlio. Se nel testo definitivo della legge di riforma e' stata soppressa l'espressione "in forma diretta", contenuta nella versione provvisoria, la volonta' del Legislatore di farne una prescrizione si desume dall'affermazione secondo la quale ciascun genitore "provvede al mantenimento" e dalla residualita' lasciata all'assegno periodico presente soltanto "ove necessario" (A.Arceri, L'affidamento condiviso, 2007, pagg.151 ss). Deve essere criticata la tesi di alcuni autori che dal talora scoordinato testo legislativo desumono una chiara volonta' del Legislatore di continuare a considerare il mantenimento "indiretto" tramite assegno come modalita' ordinaria (M.G.Sacchetti, Affido condiviso,mantenimento dei figli e assegnazione della casa, in Diritto e Giustizia, 21 ottobre 2006). Tale dottrina sembra non assegnare il giusto peso alla specificazione in base alla quale, alla luce del nuovo art.155 c.4 c.c., il giudice provvede alla determinazione dell'assegno solo "ove necessario". In una delle prime pronunce intervenute sull'argomento, dopo l'entrata in vigore della Legge n.54/2006, si legge come la condivisione della responsabilita' genitoriale, come portato dell'affidamento condiviso, non e' un dato proprio delle sole situazioni di equilibrio patrimoniale tra i genitori. La regola dell'affidamento condiviso non puo implicare automaticamente l'eliminazione dell'attribuzione di un assegno di mantenimento in favore dei figli, perche' il piano personale e quello patrimoniale vanno tenuti distinti e ciascun genitore e' tenuto a contribuire sempre in proporzione ai propri redditi e capacita' (Cass., 18 agosto 2006, n.18187). Resta indubbio tuttavia che la riforma abbia voluto affermare come, anche dopo la rottura del vincolo coniugale, i genitori rimangono obbligati a provvedere al mantenimento dei figli secondo i criteri contenuti negli art. 148 e 261 c.c., con la previsione residuale di un assegno solo quando, dopo la ripartizione dei compiti di cura e dei tempi di permanenza, sussiste uno squilibrio patrimoniale tra le parti.
1.2 - I criteri di quantificazione dell'assegno
L'art.155 c.4 c.c., come novellato, dopo aver enunciato il principio del mantenimento diretto da parte di ciascun genitore, in misura proporzionale al reddito posseduto, aggiunge che solo ove necessario il giudice possa stabilire la corresponsione di un assegno "al fine di realizzare il principio di proporzionalità". Un'autorevole voce in dottrina così sintetizza tale principio voluto dalla riforma: "in mancanza di accordi, o quando tali accordi non sono applicabili, il giudice ha dei parametri legali per stabilire la misura ed il modo della contribuzione, fermo restando il principio del mantenimento diretto. Solo se il mantenimento diretto non e' adeguato, per difetto, alle effettive risorse del genitore, questi, per ristabilire il principio di proporzionalita', puo essere condannato a corrispondere un assegno integrativo" (F.Tommaseo, Le disposizioni processuali della legge sull'affidamento condiviso, in www.giustizia.lazio.it). Il principio di proporzionalita' richiama quello stesso squilibrio che fonda l'attribuzione di un assegno di mantenimento in favore del coniuge economicamente piu debole, con la differenza che con riferimento alla prole "non si guarda allo squilibrio come situazione cui deve essere posto rimedio, ma come parametro sulla cui base deve essere determinata la misura della contribuzione di ciascuno" (B. De Filippis). La capacità reddituale dei genitori, tuttavia, non e' l'unico elemento considerato dal legislatore per valutare la sussistenza di un'eventuale violazione del principio di proporzionalita'. L’art.155 c.4 c.c., infatti, elenca cinque criteri per la quantificazione dell'assegno, ovvero:
  • Le attuali esigenze del figlio ;
  • Il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori ;
  • I tempi di permanenza presso ciascun genitore ;
  • Le risorse economiche di entrambi i genitori ;
  • La valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore ;
E' il principio di proporzionalita', citato sia in relazione al reddito che alla quantificazione dell'assegno, a dimostrare l'interdipendenza tra i due livelli (B. De Filippis). Al contrario altra parte della dottrina ritiene che l'unico parametro per valutare la violazione del principio di proporzionalita' sia costituito dal confronto tra le capacita' patrimoniali dei genitori, mentre i cinque parametri legali siano funzionali al solo ridimensionamento dell'assegno che risulti "astrattamente" dovuto sulla base del calcolo matematico conseguente alla comparazione patrimoniale (C.Padalino). Lo stesso Autore infatti sostiene che la determinazione dell'obbligo di mantenimento in favore della prole si articoli in due fasi: nella prima il giudice individua la somma dovuta in astratto da ciascun genitore in proporzione alle rispettive capacità economiche, nella seconda fase il giudice dovra' determinare il quantum dovuto alla luce dei criteri indicati dalla legge, in funzione correttiva dell'importo gia' astrattamente determinato. Un'altra lettura ritiene che l’incidenza dei parametri di legge sopra elencati abbia un ruolo nella stessa comparazione degli apporti dei genitori, per verificare la sussistenza di sproporzioni, da colmare mediante l'assegno. In tal modo i cinque criteri operano come parametro per la quantificazione del contributo sia indiretto che diretto, come criteri polifunzionali rispetto sia all'an dell'attribuzione dell'assegno che al quantum di esso (A.Arceri, op.cit., p.161). E' evidente come l'una e l'altra lettura rivelino un differente modo di leggere il ruolo assegnato dal legislatore della riforma al mantenimento diretto, oggetto di successivi approfondimenti.
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